Frammento delle Alpi, c.1854-56 (acquerello e guazzo su grafite su carta) di John Ruskin

John Ruskin si entusiasmò per le montagne fin dalla sua infanzia. Nel 1833, aveva allora 14 anni, soggiornò per la prima volta a Chamonix, e da quel momento per 48 anni non tralasciò quasi mai di percorrere e Alpi, di cui acquistò un’eccezionale esperienza, traversando numerosi valichi e ghiacciai, interessandosi agli abitanti, approfondendo le sue conoscenze geologiche che erano molto ampie. Discepolo di Turner, di cui sosteneva il genio, guardava le montagne come artista, pittore e architetto al tempo stesso e le sue descrizioni sono meravigliose per la loro ampiezza e precisione. In un linguaggio splendido ha celebrato la bellezza delle Alpi; tutta la sua opera è un cantico alla loro gloria.

E’ noto in quale stato di esasperazione lo mettessero le imprese degli scalatori: egli era infatti soprattutto un contemplativo mistico, cioè un illuminato (è morto pazzo) e non è pertanto arbitrario avvicinarlo ai grandi romantici, suoi immediati predecessori.

La critica di Ruskin, che risale alla prima metà del 1800, può essere rivista in chiave moderna come accusa all’insana voglia di “estremo” che annebbia e invade la dimensione naturale con forti emozioni capaci di alimentare l’orgoglio e la vanità, quando invece la montagna richiede umiltà e rispetto; e ancora come la “globalizzazione della montagna” portata avanti da un commercio invasivo che ci rende burattini nelle mani del denaro; anch’esso offusca l’aspetto naturale e lede la nostra semplicità ed essenzialità creandoci continui bisogni.

Le più belle pagine dedicate da Ruskin all’estetica delle montagne si trovano soprattutto nel libro IV (1856), dei Modern Painters e nel Sesame and Lilies (seconda edizione, 1865). Ecco un frammento della descrizione del Cervino, che a ragione egli considerava il capolavoro delle Alpi:
“Più in alto del ghiacciaio [di Zmutt], il ghiaccio si apre in larghi campi bianchi e in solchi netti e duri, appena fessurati, fuorché proprio al di sotto del Cervino, per formare uno spiazzo silenzioso e solenne, lastricato, sembra, di marmo bianco in tutta la sua larghezza; abbastanza vasto perché un’armata possa allinearvisi in formazione di battaglia, esso è tuttavia affascinante come un viale di tombe in una città sepolta, e da ogni lato è bordato da scogliere fantomatiche, color viola pallido del granito che sembra, nella sua lontana altezza, irreale quanto il blu scuro del cielo che le domina. Il luogo è così immutabile, così silenzioso, così al di là non solo della presenza dell’uomo ma anche di quella dei suoi pensieri, così sprovvisto di ogni vita di albero o di erba, e così incommensurabile nella sua raggiante solitudine di una morte maestosa, che sembra un mondo dal quale si sia ritirata ogni presenza umana e anche spirituale, e dove gli ultimi arcangeli, innalzando quei monti a monumenti funerari, si siano sdraiati nella luce del sole per un eterno riposo, ognuno avvolto in un drappo bianco… Al punto di incontro con le Aiguilles de Chamonix, non vi è apparenza di erosione attorno alle pareti del Cervino. Esse non sono avanzi di guglie frastagliate che cedono, lastra per lastra, strato per strato, ad un’usura continua. Sono al contrario un monumento inalterabile, apparentemente scolpito da lunghissimo tempo, e di cui tuttavia le immense muraglie conservano la forma del primitivo aspetto. Si innalzano come un tempio egizio dal delicato frontone, dalle tinte sfumate, su cui da epoche remote si levano e tramontano i soli che proiettano sempre, da est a ovest, la stessa linea d’ombra e, di secolo in secolo, tingono degli stessi tocchi violetti i pilastri a forma di fior di loto, mentre le sabbie del deserto bagnano i loro piedi come una marea e le foglie morte delle pietre si ammucchiano in impotente cumulo alla base del Cervino”

Maria Grazia Ferri